Capire il rischio

Polizza cyber: quando serve davvero (e quando no)

Gli attacchi informatici colpiscono sempre più spesso le PMI, ma la copertura cyber resta rara. Ecco come capire se la tua impresa ne ha bisogno, cosa copre davvero e quali errori evitare.

Scudo con lucchetto su griglia di circuiti: la protezione cyber

C'è un equivoco che accompagna il rischio informatico nelle piccole e medie imprese italiane: "non siamo abbastanza interessanti per essere attaccati". La realtà è l'opposto. Gli attacchi non scelgono le vittime in base al fatturato ma in base alla vulnerabilità, e le PMI — con sistemi meno presidiati e nessun team di sicurezza dedicato — sono il bersaglio ideale per campagne automatizzate di ransomware e frodi.

Cosa copre (davvero) una polizza cyber

Una buona copertura cyber lavora su tre fronti. Il primo sono i danni propri: ripristino di sistemi e dati, costi di indagine forense, interruzione dell'attività causata dall'attacco. Il secondo è la responsabilità verso terzi: violazioni di dati personali di clienti e fornitori, con le relative richieste di risarcimento e i procedimenti privacy. Il terzo, spesso il più prezioso, è l'assistenza in emergenza: accesso immediato a specialisti che gestiscono le prime ore dopo l'attacco, quando ogni scelta pesa.

Quando serve davvero

La domanda giusta non è "quanto è probabile un attacco" ma "quanto costerebbe alla mia impresa un fermo di due settimane e la perdita dei dati dei clienti". Se l'azienda dipende da gestionali, e-commerce, dati di clienti o produzione automatizzata, la risposta rende la valutazione quasi obbligata. Se invece l'operatività è poco digitalizzata, prima della polizza vengono investimenti base: backup isolati, autenticazione a due fattori, formazione del personale. Nessuna polizza sostituisce la prevenzione — e le compagnie ormai la pretendono come requisito.

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Gli errori più comuni

Il primo è comprare la polizza "a scatola chiusa" senza verificare le esclusioni: molti contratti non coprono attacchi riconducibili a sistemi non aggiornati o a credenziali deboli. Il secondo è sottostimare i massimali sull'interruzione di attività, che è quasi sempre la voce di danno più alta. Il terzo è dimenticare la filiera: sempre più spesso l'attacco arriva attraverso un fornitore, e il perimetro della copertura deve tenerne conto.